l’altra notte ho sognato Gustave Flaubert (ricordo a me stesso che si tratta dell’autore di “Madame Bovary” e de “L’educazione sentimentale”, oltre che di “Bouvard e Pecuchet”, e di un elenco di “luoghi comuni”, eccetera); questo grand’uomo (ricordo a me stesso che è vissuto nel 19° secolo in Francia) nel mio sogno affermava che il socialismo, sì, il socialismo ha provocato danni di natura etica, in quanto, migliorando le condizioni di vita dei poveri, ha tolto alla borghesia il senso del peccare e della punizione del peccato, consistente quest’ultima nell’orrore della miseria e della fame.
Il sogno “flaubertiano” (ma direi piuttosto: alla Leon Bloy, un polemista cattolico reazionario, vissuto in Francia tra otto e novecento, che affermava di odiare i borghesi e idealizzava la miseria) indica, a parte l’animo del sognatore (il sottoscritto), che l’allargamento del cosiddetto ceto medio (chi non ne fa parte, oramai?) sarebbe la causa del disastro etico in cui ci troviamo immersi, come panini affondati nella m.
Quanto al socialismo, non sono d’accordo con il personaggio del sogno, Flaubert, né con Bloy. Eppure il sogno è mio!
A proposito dell’abitudine ripugnantemente in crescita che esibiscono molti ciclisti, quella di transitare sui marciapiedi, essa, a Firenze, dipende anche dal fatto che diversi anni or sono il Comune ha fatto realizzare scivoli sugli angoli dei marciapiedi allo scopo di facilitare i passaggio delle persone che si muovono su carrozzelle in quanto handicappate. E’ un bell’esempio di ciò che i sapienti chiamano “eterogenesi dei fini”, brutta espressione che significa fare qualcosa con uno scopo ed avere risultati imprevisti e d’altro genere, rispetto allo scopo.
Coloro che transitano in bici sui marciapiedi non meritano la morte, come vorrebbe il Boris Jelnikov di un film di W.Allen; ma uno spintone che li ribuitti in strada. sì.
E’ morta Antonella Romualdi, archeologa fiorentina, di cui sono stato compagno di classe al liceo classico Galileo di Firenze, tra il 1961 e il 1964. L’avevo vista di nuovo, mi pare, nell’autunno del 1969, invitato da amici
suoi e miei a un pomeriggio in campagna di cui non ricordo niente.
Avremmo potuto diventare amici, ai tempi del liceo, e invece restammo in quello stato di distanza-vicinanza che “regala” l’essere compagni di classe.
Mi dispiace molto che Antonella Romualdi sia morta, sono contento
che abbia lasciato tracce notevoli con il suo lavoro: spero che non abbia sofferto.
Sono al corrente, adesso, che almeno due persone, di quella classe, non ci sono più. L’altro era, come si dice, il mio migliore amico, ai tempi.
Nello scorso novembre una bicicletta da donna lasciata un attimo senza catena antifurto viene rubata, insomma: sparisce. Qualche tempo dopo, poiché si tratta di un oggetto inconfondibile (marca, colori, e un particolare difetto dovuto all’uso di anni) io inciampo in questa bici, ancorata da una grossa catena a un palo, lontano da dove è stata rubata. Si tratta di un caso piuttosto raro. D’accordo con la proprietaria della bici, lascio un messaggio sul manubrio. Informo la persona responsabile dell’incatenamento del fatto che ecc. ecc. Risponde via mail che ha comprato la bici per trenta euro da “una studentessa”, intanto fa sparire la bici dal luogo dove io l’avevo vista, una strada da dove passo a piedi ogni giorno. Per farla breve, nonostante che io sappia chi è questo ladro, se non è un compratore “incauto” (quest’ipotesi è più accettabile, infatti il tipo ha risposto e ha dato il suo nome, che corrisponde ad uno dei nomi scritti sulla campanelliera della casa vicina a dove sta incatenata la bici rubata), non lo denuncio, anzi, non lo denunciamo, perché?
Perché probabilmente si tratta di un poveraccio. Perché ci fa fatica. Perché una bici non ha riconoscibilità documentata.
Transito con cautela dalla mia solita strada, evitando di guardare là dove è incatenata la bici insieme alle mie cautele.
Il quotidiano romano con dentro paginette fiorentine, la Repubblica, in questi giorni ha prodotto una piccola indagine sull’uso della bici a Firenze. Soliti discorsi sulle scarsità delle piste apposite eccetera. Si dimentica che in bici si può circolare dove si vuole; che i ciclisti non rispettano il codice della strada; che spesso, sempre più spesso, usano i marciapiedi, donne, uomini, giovani, tutti. Nessuno è innocente, figuriamoci i ciclisti, senza parlare
degli sportivi, che sfidano la loro morte in tutina multicolore e bici da boutique.
Sto riflettendo in questi giorni sui rischi che si corrono quando si critica oppure si rimprovera qualcuno a causa di qualche sua scorrettezza, in crescendo: non consegnare a domicilio un oggetto da noi acquistato, nonostante i patti e senza avvisare il cliente; non fornire al cliente la documentazione di spese da lui sostenute e portabili in detrazione;
non restituire somme di denaro (migliaia di euro) avute in
prestito da amici generosi (non si tratta di chi scrive,
in quest’ultimo caso).
Orbene, quando a voce o scrivendo si fa notare alla persona scorretta la sua scorrettezza, costui se la prende, parla di nostra “cattiva educazione”, chiede che gli si domandi scusa, fa l’offeso. Il torto diventa ragione, e la ragione torto; l’abuso è diritto, il diritto è abuso.
Come se ne esce?
Nel caso del debitore insolvente, potremmo vendere ad una agenzia di riscossione crediti il nostro credito, e che se la veda con loro (doberman inclusi), la persona scorretta e ingrata.
Venerdì un paio di tg fiorentini hanno dato notizia dell’ abuso fiscale commesso da una persona, che affitta stanze a stranieri in nero. Avrebbe incamerato in questi anni circa duecentomila euro.
Non sappiamo se il tono dei due tg, tipo Vi Riveliamo Gran Cosa, fosse improntato a ipocrisia, infatti tutti sanno che a Firenze di affittacamere e affittappartamenti in nero ve ne sono migliaia, o a scampanellamento d’avviso, a quelle migliaia, che la festa è finita.
Tutti dovrebbero sapere che i ladri che ci derubano ogni volta che entriamo in un negozio o in uno studio privato, o ci serviamo di un artigiano, non pagano le imposte sui loro redditi; costoro accumulano grandi capitali che investono nell’acquisto di appartamenti che ci affittano in nero, e così via.
Il cardinale di Firenze, Betori, ha detto che i cristiani hanno dovuto attendere trecento anni per avere una loro chiesa a Firenze, e milleduecento anni per la cattedrale, scilicet: 300 Dopo Cristo; 1200 Dopo Cristo. Dunque, ha aggiunto il cardinale, i musulmani, presenti a Firenze da pochi lustri, non possono pretendere di avere subito la moschea. Successivamente ha precisato che ciò non voleva significare che i musulmani fiorentini dovranno aspettare trecento anni per avere una moschea.
Noi saremmo lieti se i nostri simili riuscissero a fare a meno della religione, di qualsiasi religione, ciò significa che di moschee, sinagoghe o chiese cristiane non c’importa moltissimo ( a parte il loro aspetto artistico, talvolta attraente). Ma, se fossimo musulmani fiorentini, saremmo piuttosto perplessi con questo cardinal Betori che fa lo spiritoso a suon di secoli e millenni.
Piazza della Signoria, a Firenze, ritorna sotto il tiro dei desiderosi di trasformarla in una piazza di paese per mezzo della pavimentazione in “cotto”.
Da bambino e fino agli anni settanta dello scorso secolo ero abituato a parlare di mattoni, che spesso avevo visto pavimentare le case di contadini: dopo i mattono sono diventati il “cotto” e le case dei contadini “coloniche”, se non “rustici”.
Ispiratore del ritorno di questa sangimignianeria è il sindaco di Firenze, renzi.
ho visto Walter Chiari in tv e al cinema, quando ero un ragazzo, dunque ho seguito il film in due puntate trasmesso in questi giorni dalla Rai. Alessio Boni, l’attore protagonista, è riuscito a riportarci il defunto Walter, che così è tornato dall’oltretomba. A colori.
Era uno dei padri, noi non lo sapevamo, lui, Tognazzi, Sordi, Gassman, erano l’immagine cine-tv dei nostri padri, passati attraverso la guerra,
provenienti dal periodo fascista, qualcuno con le mani sporche di “repubblica sociale” (1943-1945). così spiego la mia commozione, l’affetto, e l’estraneità insieme.


